La città ideale del Rinascimento

Ho trovato una città di mattoni, ve la restituisco di marmo
Ottaviano Augusto in Svetonio, Vite dei Cesari, Aug., XXVIII, 3

Quante Città vedevamo noi mentre eravamo fanciulli fatte tutte di asse, le quali hora sono state fatte di marmo?
Leon battista Alberti, De re aedificatoria, VIII, 5

Il sogno sereno dell’antico, con la sua regolarità pacificatrice, viene da lontano [1]. Forse stava già iniziando ad attecchire ai primi del trecento nell’immaginazione di un Petrarca bambino, grazie ai racconti del padre sulla Firenze della sua gioventù; la stessa città cosparsa dalle rovine umane e materiali delle lotte intestine tra guelfi e ghibellini nella quale si aggirava anche un giovane Dante, e per certo innervava i discorsi degli eruditi sparsi nelle corti italiane un secolo più tardi debordando con facilità nei programmi iconografici delle grandi opere pittoriche.

Era solo questione di tempo prima che il vortice artistico e filosofico del primo rinascimento toccasse anche l’architettura e quel tempo arrivò verso la metà del XV secolo per mano di Leon Battista Alberti e del suo De re aedificatoria (1450-2). Se la città del rinascimento sogna di cambiare è perché è cambiata la struttura del potere che da sempre dava forma alla realtà urbana. Spazzate via le forme livellatrici dei comuni, dove possibile gli schemi urbanistici rispondono alle nuove esigenze del principe, ansioso di eternare le proprie fortune personali e dinastiche plasmando la città come un teatro, nel quale va in scena una concentrazione di potere e risorse finanziarie sconosciuta al passato recente e che rende possibile disporre del tessuto urbano a proprio piacimento.
Oltre a considerazioni politiche e culturali, il rinnovamento edilizio risponde anche a logiche igienico-sanitarie: sarà il ricordo delle migliaia di vittime della peste milanese degli anni 1484-5 a far scrivere a Leonardo negli appunti per un memoriale a Ludovico il Moro del 1497: “disgregherai tanta congregazione di popolo, che a similitudine di capre l’uno addosso all’altro stanno, empiendo ogni parte di fetore, si fanno semenza di pestilente morte“, appunto che sarebbe stato valido per qualsiasi città europea dell’epoca e per il suo anarchico reticolo medievale costretto entro mura ormai inutili.

Proprio le mura ci introducono a un ulteriore ordine di considerazioni circa la febbre di rinnovamento urbano, quelle di natura militare. Il nodo gordiano delle vecchie cinte murarie non venne sciolto da scrupoli umanistici o umanitari ma tagliato di netto da un cambio di paradigma nell’uso dell’artiglieria. Una descrizione molto efficace ce la fornisce Guicciardini col suo paragone tra le quasi inutili bombarde comunemente in uso in Italia:

Il nome delle maggiori era bombarde […] grossissime in modo che, per la macchina grande e per la imperizia degli uomini e attitudine mala degli instrumenti, tardissimamente e con grandissima difficoltà si conducevano […] era dall’uno colpo all’altro tanto intervallo che con piccolissimo frutto molto tempo consumavano

e i nuovi cannoni francesi di Carlo VIII:

…di tal sorte che giammai aveva veduto in Italia le simiglianti […] né d’altro che di bronzo i quali chiamavano cannoni e usando palle di ferro dove prima era pietra […] gli conducevano sulle carrette tirate non da buoi, come in Italia si costumeva, ma da cavalli con agilità tale […] che quasi sempre al pari degli eserciti camminavano e condotte alle muraglie erano piantate con prestezza incredibile, e interponendosi dall’un colpo all’altro piccolissimo intervallo di tempo […], quello che prima in Italia fare in molti giorni si soleva, da loro in pochissime ore si faceva.“.

Se alle parole di Guicciardini (e di Giovio che dirà le stesse cose) si aggiungono l’unificazione dei calibri e l’addestramento dei 4000 artiglieri che l’esercito francese poteva già vantare all’epoca, è evidente che le alte, verticali e sottili mura medievali, il più delle volte concepite per affrontare niente più che assalitori appiedati, avevano i giorni contati.
La città ideale del rinascimento tende all’orizzontalità quanto quella reale del medioevo tendeva alla verticalità, ma a dispetto degli intendimenti teorici più avanzati solo pochi centri particolarmente opulenti o sensibili alla pressione demografica saranno in grado di abbattere la vecchia cinta muraria per conurbare i borghi esterni cresciuti a dismisura, mentre in molti casi ci si dovrà rassegnare a interventi parziali se non puramente cosmetici. L’esempio più significativo sia della volontà riformatrice che del suo successivo ripiegamento, dettato in massima parte dalle guerre e dalle crisi del cinquecento, è rappresentato da Ferrara che nel 1492 per volontà di Ercole d’Este e sotto la direzione di Biagio Rossetti abbandona la forma allungata modellata sul lungofiume per ribaltare l’abitato verso l’interno rendendolo più grande e di forma più compatta all’interno di nuove mura ma lo slancio, finanziario prima che ideale, avrà vita breve e l’opera resterà incompiuta.
Tornando ad Alberti, a fornire la spina dorsale per il suo trattato, così come per quelli di tutti i suoi colleghi e successori, fu appunto il De Architectura di Vitruvio, unica fonte sull’argomento integralmente sopravvissuta dalla classicità. Il trattato di Vitruvio, figura di cui sappiamo pochissimo ma dalle cui righe traspare più un ingegnere/geometra che un architetto, non era ignoto né agli intellettuali di epoche precedenti né ai contemporanei (Lorenzo Ghiberti, esattamente negli stessi anni, lo utilizza, seppur assai più blandamente, come fonte per i suoi Commentari) ma se tra l’epoca carolingia e Petrarca era stato utilizzato per scopi meramente filologici, è Alberti il primo a intuirne il potenziale mettendolo al servizio sia del recupero e ripensamento dell’antico, condizione irrinunciabile di qualsiasi speculazione dell’epoca, che delle istanze politiche e sociali che si andavano concretando in quei decenni, prima tra tutte la volontà di magnificenza delle corti italiane.
Alberti però non si limita a chiosare e ricompilare Vitruvio, ma vi soffia dentro lo spirito del suo tempo trasfigurandolo in una visione dapprima complessiva della struttura generale dell’impianto urbanistico, e successivamente in una analisi degli elementi del tessuto cittadino esaminati sotto il profilo della funzionalità e della destinazione d’uso, il tutto distribuito su volumi e spazi solenni e dilatati, e permeato da un onnipresente ideale di decoro e armonia che fa dei canoni classici il proprio cardine.
Ma è una decina d’anni più tardi, tra il 1460 e il 1464, che vede la luce l’opera forse più bizzarra e per certi versi affascinante del genere: il Libro architettonico di Antonio Averlino meglio noto col soprannome di Filarete. Originariamente orafo e scultore, nei tardi anni ’40 dopo aver lavorato alle porte di san Pietro lascia Roma accusato di furto di reliquie e per tre anni girovaga tra Firenze, Arezzo, Venezia e altri centri fino ad approdare nel ’51 a Milano presso la neonata corte di Francesco Sforza, dietro raccomandazione di Piero de’ Medici. L’idea dello Sforza era quella di erigere un grande ospedale e modificare il Castello secondo la nuova moda rinascimentale, nonché di dotarsi di una di queste nuove figure di artista-intellettuale per dare lustro alla corte rendendola meno provinciale[2], ma la fortissima opposizione degli architetti locali, ancora legati al paradigma tardogotico e gelosi della propria autonomia, generò un clima di scontro permanente dal quale il Filarete non uscì vincitore [3].
Si può affermare, credo senza mancare di rispetto a nessuno, che Filarete non era un genio dell’architettura ed evidentemente non doveva essere dotato di una personalità spiccata se nemmeno l’appoggio del Duca gli fu sufficiente ad avere l’ultima parola sui detrattori che affollavano gli apparati tecnici deputati ai lavori pubblici; fatto sta che dopo un decennio di liti, probabilmente stanco e deluso, si rintana nel suo studio e passa i successivi quattro anni a scrivere i primi ventiquattro (su venticinque) libri del suo trattato.
La prima differenza che salta agli occhi paragonandolo a quello albertiano è la grande quantità di disegni con cui Filarete volle arricchire il testo ma la più notevole riguarda la natura profonda delle due opere. Se quello di Alberti è un cosciente ripensamento dell’architettura classica, ideato e voluto come leva culturale da mettere in mano alle corti per disegnarsi un mondo su misura, quello di Filarete è un ibrido denso di fantasia nel quale, sotto e accanto a un ragionamento su razionalità e funzionalità dell’architettura, emerge una seconda linea di natura magico-simbolica figlia di un’immaginazione utopica che fa ricorso tanto alla tradizione dell’astrologia e dell’alchimia quanto a fiabe di animali, letteratura fantastica, e racconti di viaggio.
Il Libro, nella forma di un dialogo immaginato tra lui, il Duca Francesco e suo figlio Galeazzo Maria, tratta della fondazione di una città di nome Sforzinda (da Sforza e una non meglio specificata Valle Inda sito della città) e di una sua propaggine portuale chiamata Plusiapolis.

Una breve ricognizione sulla cerimonia di fondazione e sulla scelta del momento in cui metterla in atto ci darà un quadro più chiaro.
Filarete spiega agli Sforza che “Il buon dì e ’l buon punto si è in questo millesimo del sessanta, a dì quindici d’aprile a ore dieci e minuti ventuno sarà utile, per edificazione della città, a mettere giuso la prima pietra, però che in quello punto sarà ascendente un segno fisso terreo levando il Sole, el signore dell’ascendente“. Il rito insomma dovrà svolgersi il 15 aprile 1460 10 ore e 21 minuti dopo il tramonto (se il calcolo di Filarete si basa sull’ora italica) cioè all’entrata del sole entra nel segno dell’ariete, momento identificato con quello della creazione del mondo dal celebre Thema Mundi , giunto praticamente indenne fino al Rinascimento dall’astrologia caldaica attraverso il mondo ellenistico e romano. Anche se Filarete si spinge abbastanza in là nell’approfondimento della questione, la ricerca di un momento astrologicamente propizio alla fondazione di nuovi edifici o città non è certo una sua esclusiva, ma trova riscontro anche nelle parole dei ben più razionalizzanti Alberti e Martini. D’altronde che il tema fosse popolare è testimoniato anche da un’opera di Giovanni di Paolo del 1445 in cui è raffigurato Dio nell’atto della creazione che sovrasta un cielo aristotelico col sole allineato esattamente sotto il segno dell’ariete

così come Marsilio Ficino nel suo De vita coelitus comparanda del 1489 come momento ideale per il confezionamento di talismani modellati sull’archetipo dell’universo indica proprio quello in cui il sole entra nel primo grado dell’ariete.
La consacrazione del sito avverrà secondo una cerimonia che vede interpreti gli Sforza, un vescovo, otto aristocratici in rappresentanza delle famiglie più illustri e lo stesso architetto nei panni del maestro di cerimonie. Il corteo deve attraversare la valle Inda accompagnato da canti e musica con ognuno dei partecipanti portatore di un oggetto simbolico (per Filarete ad esempio è previsto un’orcio di argilla colmo di vivande) e una volta giunti sul sito il vescovo si arma di badile e inizia a scavare una buca con tre palate per simboleggiare sia la trinità che la triade passato-presente-futuro, imitato subito dopo da tutti i presenti. A questo punto, dato che l’attività fisica (anche se un po’ blanda) stanca e si è fatta una certa ora, viene servito un banchetto mentre dei manovali finiscono di scavare la buca che i signori avevano simbolicamente inaugurato. Terminato il banchetto, la prima pietra della città (un blocco di marmo che reca incisi i nomi del fondatore, del papa regnante e dell’architetto) viene benedetta e posata sul fondo della buca; sopra di essa vengono depositati numerosi oggetti simbolici, tra cui un’urna contenete un libro di bronzo, ritratti dei presenti e vasi con acqua, olio, latte, vino e miele, e la buca viene infine richiusa tra i canti [4].
Durante la medesima cerimonia messa in atto per l’altra città, la portuale Plusiapolis, viene ritrovato un libro dorato scritto in greco. Il suo autore, come rivela la lettura, è Zogaglia re dell’antica Galisforma (le due parole sono un anagramma di Galeazzo Maria Sforza) che una volta occupava lo stesso sito.
Nel tentativo di fornire al principe una sorta di legittimazione storica attraverso un passato glorioso, la storia narrata nel libro si rivela essere la stessa della famiglia Sforza. Filarete arriva al punto di inventare un antenato illustre anche per sé stesso, tale “Onitoan Nolivera […] per patria notirenflo” che, anagrammato, ci dà Antonio Averlino florentino.

Quello che ho fornito è solo uno striminzito riassunto della procedura, ma è sufficiente a farsi un’idea di quanto la visione di Filarete fosse intrisa di elementi mistico-magici oltre che classici, medievali e cristiani[5]. Un altro elemento del Libro fortemente caratterizzato in quel senso è la forma della pianta di Sforzinda.

I due quadrati sovrapposti, sfalsati di 45° e inscritti in un cerchio sono un simbolo che racchiude in sé più di un significato.
In prima istanza il motivo sembra provenire direttamente da alcuni volumi di cosmografia prodotti tra XII e XIII secolo come l’Image du Monde di Gossouin di Metz, il Liber de figura seu imagine mundi di Ludovicus de Angulo o il Liber de Sphaera di Sacrobosco (forse il manuale di astronomia e cosmografia più diffuso nel Quattrocento), volumi che allora erano nella disponibilità della biblioteca sforzesca che Filarete deve aver consultato avidamente.

Quello che ci troviamo davanti è un cosmogramma che interseca i quattro elementi primi con le quattro qualità fondamentali, in modo che agli estremi delle diagonali vengano a formarsi coppie di contrari tendenti a bilanciarsi l’un l’altro. Se nel quadrato degli elementi troviamo il fuoco contrapporsi all’acqua e l’aria alla terra, in quello delle qualità troveremo il caldo contrapposto al freddo e il secco all’umido [6]. Un ulteriore grado di relazione è dato dall’equilibrio tra forza centrifuga generata tra gli opposti e centripeta data dalla compartecipazione tra elementi e qualità: terra e acqua hanno in comune il freddo, acqua e aria l’umido, aria e fuoco il caldo, fuoco e terra il secco.
L’armonia e l’equilibrio di questo sistema sono simboleggiati dal cerchio che tutto racchiude. Questa struttura in cui tutto si tiene altro non è che la struttura geometrica del cosmo, un diagramma dell’ordine universale attribuito a Pitagora, sostenuto da Aristotele, ribadito dalle autorità del Medioevo e accettato dalla maggior parte degli scienziati e filosofi del Rinascimento; in fondo si tratta dell’idea archetipica della divinità creatrice che imprime la propria forma a tutti i gradi del creato, di modo che tutte le cose siano istituite “ad similitudinem archetypi” (Sacrobosco) attraverso una fitta rete di corrispondenze fra i piani del creato.
Questa dialettica tra macro e microcosmo definisce l’universo come una sorta di cristallo le cui parti, anche le più infinitesimali, hanno l’identica struttura dell’insieme e ne ripetono l’armonia e l’equilibrio. Una delle più note rappresentazioni di questo concetto, con la conseguente abbondanza di cerchi e quadrati, è il celebre “homo ad circulum et ad quadratum” di origine vitruviana

Così l’architetto, sotto l’auspicio benevolo dell’astrologia, esercita su scala ridotta l’atto della creazione, demiurgo e finanche madre:

l’edificio prima si genera, per similitudine lo potrai intendere, e così nasce sì come la madre partorisce il figliuolo […] sì come niuno per sé solo non può generare sanza la donna un altro, così eziandio a similitudine lo edificio per uno solo non può essere creato, e come sanza la donna non si può fare, così colui che vuole edificare bisogna che abbia l’architetto e insieme collui ingenerarlo, e poi l’architetto partorirlo e poi, partorito che l’ha, l’architetto viene a essere la madre d’esso edificio.

Il fatto che il cosmogramma rappresentasse l’ordine imposto al cosmo dalla mani di Dio rende quasi inevitabile che venisse utilizzato e inteso anche come simbolo di autorità e potere, e non solo in campo cristiano. Esso infatti campeggia curiosamente[7] sia su frontespizi e rilegature di alcune bibbie che su edizioni antiche del Corano. Lo troviamo inoltre nel cosiddetto Pendòn de Las Navas, lo stendardo che a Las Navas de Tolosa nel 1212 Alfonso VIII di Castiglia riuscì a sottrarre al califfo Muhammad an-Nassir durante la battaglia cardine della Reconquista

nel mantello di Enrico II

E sul tappeto sotto la sedia della Vergine in trono nella celebre Pala Montefeltro di Piero della Francesca

Ulteriori esempi della valenza alchemica e metafisica di questa architettura possiamo rintracciarli in altre costruzioni simbolo di Sforzinda.
L’area della fortezza ducale, circondata da un labirinto che funge da protezione del centro magico del potere (solo il duca vi ha accesso diretto attraverso un ponte), è suddivisa in quadrati della stessa grandezza disposti a tre a tre. Dal quadrato centrale si leva una torre che simboleggia il corso del tempo[8]. I quattro corpi di fabbrica sovrapposti rappresentano le quattro stagioni, le finestre sono 365 come i giorni dell’anno e misura 365 braccia in altezza (circa 183 metri) e ogni 30 braccia è interrotta da un cornicione per suggerire i dodici mesi dell’anno.

Per quanto riguarda invece la decorazione del palazzo ducale, in affreschi e mosaici nel cortile interno i quattro elementi sono simboleggiati da scene mitologiche ed eventi storici. Mentre il pavimento ospita le raffigurazioni riferite a terra e acqua, sulla volta troviamo gli elementi loro contrapposti cioè aria e fuoco. Le scene mitologiche rappresentano transizioni e congiunzioni da un elemento del pavimento a uno della volta come ad esempio il Ratto di Ganimede, che vincola reciprocamente terra e aria, oppure la Caduta di Icaro o di Fetonte in cui si trovano uniti gli opposti di fuoco e acqua nell’intento di alludere a nascita, decadenza e trasformazione della materia.
Riguardando oggi quest’opera non è difficile immaginare che Filarete abbia creato un mondo di fantasia con un triplice scopo: adulare il suo protettore, dargli un’idea di cosa avrebbe potuto fare se l’avessero lasciato fare e probabilmente anche trovare rifugio e conforto dall’irriducibile avversione dei suoi più che tetragoni colleghi lombardi. Che Filarete professionalmente non fosse proprio una figura di primissimo piano e che i suoi progetti risultassero spesso più ornamentali che efficienti, se non addirittura di scarsa realizzabilità, oggi può far sorridere ma dobbiamo tenere presente che il compito di questo modello di intellettuale non era tanto fornire fredde soluzioni tecniche quanto veicolare un modo di intendere l’architettura e l’urbanistica, per inserire correttamente quel mondo nuovo nel flusso di relazioni misterico-filosofiche che innerva l’universo.
Che Filarete si muovesse a un livello teorico inferiore a quello dell’Alberti, all’epoca non doveva costituire un gran problema: se Alberti indaga l’antichità in modo critico e filologico, Filarete la approccia invece attraverso il filtro desueto dell’immaginifico e dell’antiquario ma d’altronde alla corte di Francesco Sforza non c’era probabilmente nessuno in grado di notare la differenza.
Sarà solo con Leonardo negli ultimi anni del secolo che il dibattito sula città ideale inizierà a perdere il connotato utopico, simbolico e astratto che ne aveva monopolizzato la natura fino ad allora. Il suo contributo, che pure non rientra nella vera e propria trattatistica né verrà mai recepito dalla politica sforzesca, con la sua nuova consapevolezza degli effetti della eccessiva densità abitativa e l’attenzione al degrado resta comunque una proposta dal sapore profondamente diverso nell’ottica di una soluzione ai problemi della Milano di allora.

Nel cinquecento il dibattito sulla città ideale cambierà definitivamente faccia. Quando l’aspetto difensivo avrà già scalato molte posizioni nella classifica delle preoccupazioni riguardo gli insediamenti urbani, il genio degli architetti-ingegneri militari italiani concepirà il fronte bastionato e le piante stellate e frastagliate trasformando quel sogno etereo in fortezze e campi trincerati come Palmanova, Terra del Sole o Sabbioneta.
Attraverso Sangallo, Peruzzi, Serlio, Cataneo, l’Accademia della Virtù e fino a Palladio, il dettato vitruviano è ormai, più che altro, una scusa per parlare d’altro. Se da un lato la componente militare si fa sempre più preponderante, dall’altro, pur all’interno di una certa varietà nella ricerca delle soluzioni, la funzione sacrale e simbolica delle architetture andrà via via scemando per lasciare posto a una visione in parte squisitamente manierista, tendente al policentrismo e alla dissonanza in opposizione al rigore formale del pieno rinascimento, e in parte agli aspetti più squisitamente materiali e funzionali degli edifici.
Nella Architettura di Pietro Cataneo, edita nel 1554, troviamo sia il desiderio di compiacere “ai capricci de’ signori” attraverso planimetrie inusuali, sia l’invito a non considerare soltanto le “ragionevoli e corrispondenti proporzioni” ma anche, se non soprattutto, la “spesa“, la “sanità del sito” e la “comodità“, il tutto immerso in una cornice ampiamente conservatrice densa di massime etiche e citazioni bibliche in ossequio alla controriforma imperante.
L’apice di questo atteggiamento anticlassico lo raggiunge però Andrea Palladio, che nel 1570 condensa in poche pagine il suo pensiero sul tema della città ideale, pensiero originariamente destinato a un’opera a sé stante che però non vide mai la luce. Con un linguaggio tecnico fino a rasentare l’asettico, Palladio smantella l’apparato simbolico neoplatonico lasciando vie, ponti e piazze al loro puro significato funzionale e di nessi spaziali ormai privi di ogni senso emblematico a sé stante.
Due trattati di ambiente mediceo, di poco posteriori a quello di Palladio, confermano il netto cambio di direzione ideale: quello di Bartolomeo Ammannati a metà degli anni ’80 e quello di Giorgio Vasari il giovane (omonimo e nipote dell’autore delle Vite) del 1598. Se il primo, infatti, punta la sua attenzione sulle grandi strutture comunitarie (scuole, conventi, prigioni) alla ricerca della massima efficienza, il secondo fa lo stesso anche con l’edilizia popolare ponendo l’accento sulla standardizzazione per ridurre le spese, ma entrambi paiono chiaramente preoccupati di rendere ben visibile la politica del principe fondata su solidità economica e benessere sociale. Se a queste spinte squisitamente politiche sommiamo il diffondersi nella temperie culturale del granducato di quegli anni di un’ideologia tecnocratica, razionalista e anti-astrologica, è evidente che il sogno quattrocentesco è ormai irrimediabilmente tramontato.

NOTE
[1] Giocando un po’ con la macchina del tempo può risultare curioso notare come anche in altri casi l’idea di una riforma radicale dell’urbanistica abbia preso forma sotto l’egida del potere assoluto: Vitruvio con Augusto, Dinocrate con Alessandro Magno, Speer con Hitler o Frezzotti con Mussolini. Quali conclusioni trarne è un esercizio indubbiamente interessante ma che lascio a urbanisti e filosofi.
[2] Non troppo dissimilmente da quei presidenti di squadre di calcio che vogliono a tutti i costi “il brasiliano” senza badare più di tanto all’effettivo valore del giocatore.
[3] Anche quella a tutt’oggi chiamata “Torre del Filarete” in realtà venne pesantemente ibridata e rimaneggiata dai suoi colleghi e avversari.
[4] Sugli oggetti sepolti sotto le costruzioni e sulla diffusione dell’idea del loro potere tornerà utile un passo dell’Orlando Furioso (IV, 38) in cui la violazione della loro integrità fa letteralmente sparire il castello che erano evidentemente chiamati a proteggere:
Di su la soglia Atlante un sasso tolle,
Di caratteri e strani segni isculto.
Sotto, vasi vi son, che chiamano olle,
Che fuman sempre, e dentro han foco occulto.
L’incantator le spezza; e a un tratto il colle
Riman deserto, inospite ed inculto;
Né muro appar né torre in alcun lato,
Come se mai castel non vi sia stato.

[5] Precedenti di riti fondativi erano noti fin dall’antichità e per tutto il medioevo. Uno dei più conosciuti all’epoca era probabilmente quello narrato nel De consecratione dell’Abate Suger in cui si dà conto delle cerimonie per l’abbazia parigina di Saint Denis nel 1140.
[6] Qualcuno particolarmente audace e con agganci nell’azienda locale di nettezza urbana potrebbe suggerire il posizionamento dei cassonetti della differenziata in base a questi diagrammi cosmologici medievali per migliorare l’efficienza della raccolta, ma qui si va decisamente fuori dal seminato.
[7] Curiosità destinata a venire meno una volta che si sia a conoscenza dell’enorme debito contratto dalla cultura araba medievale con quella greco-ellenistica.
[8] Se la struttura della torre, sebbene più slanciata e articolata, vi ricorda in qualche modo quella della cosiddetta Torre del Filarete del Castello Sforzesco probabilmente siete nel giusto.

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